Di cosa parliamo quando parliamo di (Leggerezza)

Un pomeriggio di qualche anno fa stavo passeggiando per le strade di Firenze, quando intravidi nella vetrina di una vecchia libreria l’edizione dell’Orlando Furioso illustrata da Gustave Doré. Preso dal desiderio di possederla, a causa di problemi alla schiena pregai un caro amico di farsi carico del trasporto del prezioso volume il cui peso, avrei scoperto in seguito, custodiva tutta la leggerezza delle Lezioni americane di Italo Calvino.
Inizio dunque da qui, dalla prima delle sei proposte per il prossimo millennio (ormai squartato) del noto scrittore, tentando di “salvare” il mio pensiero dall’incoerenza, ma soprattutto dall’incompiutezza di un intelletto che, sottoposto al turbine di informazioni, rischia di perdersi in elucubrazioni prive d’efficacia. Se per introdurre il tema della Leggerezza Calvino si affida al passato, muovendosi con abilità tra Lucrezio e Ovidio per spiegare l’influenza reciproca tra scienza e arte, io scelgo di farlo attraverso la sua opera, riducendo in questo modo il divario temporale tra i modelli di riferimento. Egli si meravigliava di quanto gli antichi ricercassero nel concetto di materia il confronto con l’essere umano; così io mi sorprendo dei suoi insegnamenti, sebbene sia molto più prossimo al mio tempo di quanto non lo fossero quei maestri per lui. In qualche modo, a distanza di pochi decenni, abbiamo prolungato le nostre esistenze tramite una confusa successione di eventi in grado di influenzare il comune pensiero nel breve periodo. Abbiamo appreso l’elaborazione immediata del concetto, ma in modo altrettanto rapido siamo stati in grado di sostituirlo con un’astrazione completamente diversa e ciò, se da un lato alleggerisce il pensiero, dall’altro lo appesantisce dell’urgenza di recepirlo. Pertanto, nell’affinare l’istinto alla supremazia dell’esecuzione sul ragionamento ponderato (del pensiero calcolante sul pensiero meditante avrebbe detto Heidegger), ritroviamo l’aspetto ancestrale del gesto ma non il suo fine ultimo che resta svincolato dal bisogno, a favore di un nebuloso stimolo all’affermazione personale.
Calvino scrive: “Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”.
Il rischio, a mio avviso, è che la frivolezza possa prendere il sopravvento sulla leggerezza del pensiero. Una superficialità che si origina, come dicevo, dal bisogno di un’elaborazione immediata che impedisce al concetto di perfezionarsi come accade quando, invece, risente della giusta misura riflessiva. Tuttavia, il tempo a disposizione è poco e il desiderio di farlo, sfiorisce quasi subito.  La leggerezza, dunque, ci sfugge. Perfino adesso che tento ti trattenerla con queste parole, scorgo nella premura di farlo l’apertura al suo opposto. Sia nel linguaggio che nel pensiero stesso, tutto si appesantisce ed è necessario un continuo sforzo di volontà per trattenere il filo del discorso.
Oggi più che mai l’arte dello Scrivere sembra influenzare ogni cosa, perfino l’ambito lavorativo ne risente, in figure sempre più specializzate nell’unione di queste due cose un tempo agli antipodi. Se fino a qualche anno fa l’opera dell’ingegno artistico si collocava ai margini di quello lavorativo per divenirne la catarsi, oggi assistiamo sempre più a un coinvolgimento reciproco che si lega pesantemente alle logiche del profitto. Si tratta di un tentativo lodevole, eppure rischioso se insincero come spesso si rivela. La leva, per quello che ho potuto intuire dai miei studi, non fa perno sul valore della materia letteraria bensì sulla debolezza di chi la recepisce. In questo siamo fragili, la nostra ignoranza ci priva dell’umiltà per spingerci, attraverso il timore reverenziale, ad accettare passivamente l’assunto di chi si proclama profeta di una nuova era divulgativa.
Dove sta la leggerezza in tutto questo? Ammiro il tentativo di alcuni e lo accolgo come un’apertura verso nuovi orizzonti di speranza, ma di contro il rischio è alto. Sembra, di fatto, che si vada concretizzando alla stregua di una moda passeggera e non come un tentativo incerto ma potenzialmente fruttifero, e mi chiedo se non arriverà presto il giorno in cui le spietate logiche di cui sopra spazzeranno via tutto questo per cedere il passo a una tecnica totalizzante.
Siamo esseri mutevoli, ci stanchiamo e appassioniamo in un tempo troppo breve e ciò che oggi alleggerisce il nostro animo, domani si rivelerà insostenibile. La moderazione, pertanto, mi pare auspicabile, perfino a me che inseguo il sogno di vedere affermarsi una forma ibrida che coinvolga lavoro e arte, dove per arte intendo una visione aperta a tutto.
Ma non divaghiamo… “non potremmo apprezzare la leggerezza del linguaggio se non sapessimo ammirare anche il linguaggio dotato di peso”, dice ancora Calvino. In questa prima lezione l’autore si sofferma più volte sul valore della scrittura e sulla capacità di farne un uso appropriato alla circostanza. La leggerezza di cui parla, riferendosi per esempio a Guido Cavalcanti, è descritta con magistero nel confronto con un altro grande poeta del passato, Dante Alighieri, e lo fa partendo da una frase reciproca in apparenza simile ma dal carico assai diverso. Eppure, non scaturisce alcun conflitto tra i due: la “pesantezza” di Dante (in questo caso specifico e non certo in relazione alla Sua Opera), non rappresenta l’antitesi di Cavalcanti, anzi, sono l’una l’ossimoro compensativo dell’altra e assieme ci mostrano un concetto universale che meglio di qualsiasi altra cosa descrive il bilanciamento stilistico più lieve che esista.
Oggigiorno la scrittura è appannaggio di molti. Gli odierni mezzi ne implicano l’uso più che in passato quando invece, molti di noi perdevano la capacità di esprimersi attraverso tale mezzo non appena terminati gli obblighi scolastici. Questo ritorno all’arte delle belle lettere si mostra senza riguardo (né pudore) sui Social Network, che però ne mettono in luce il limite evolutivo, sotto forma di simboli che, se vogliamo, rappresentano un ritorno al passato nel senso involutivo dell’espressione e non come Nuovo Inizio Heideggeriano. In questo percepisco quindi una grande pesantezza. La leggiadria svanisce perfino in quell’unica e inequivocabile faccina sorridente che trasmette l’emozione della felicità, orfana ormai delle sue sfumature più umane. Se l’emotività, dunque, tende a uniformarsi nel linguaggio in cui percepiamo la contentezza, la rabbia e la tristezza (o una merda sorridente) racchiuse in un dato, la scrittura si erge come un macigno privo del suo scopo più profondo ma assunto quale tramite, impersonale, del messaggio impoverito che trasporta alla velocità di un click.
Prevenire questa catastrofe è la scommessa da vincere. Non possiamo arrestarne lo sviluppo simbolico ma scindere il valore delle due cose sarebbe auspicabile. Diamo il tempo alla scrittura di mutare senza dolore, e non lasciamo che il desiderio d’inseguire il rinnovamento sovrasti la nostra pienezza lessicale. Ogni aspetto del mezzo ortodosso andrebbe preservato e sfruttato al meglio, sia che si tratti di un romanzo, che dello storytelling di una startup, è un’opportunità grandiosa che abbiamo conquistato attraverso secoli di dolore, gioia e curiosità che soltanto una scrittura articolata è stata in grado di appagare: non vedo perché dovremmo rinunciarci per qualche “graffio” da cavernicolo, e certo non possiamo fare affidamento su una qualche attenzione politica in merito.
D’altro canto, qualcosa dobbiamo pur concedere. Non è giusto nemmeno indugiare su una dottrina obsoleta quando non riesce a comunicare i contenuti del nostro tempo. Calvino stesso non esita a spaziare nella sua analisi tra autori di epoche diverse: Ovidio, Savinien Cyrano de Bergerac, Tommaso Campanella, Kafka, Kundera e non ultimo Miguel de Cervantes. Tutti artefici con una spiccata virtù nell’utilizzo della leggerezza, per taluni circostanziata e per altri retorica, in grado di rafforzare, attraverso una delicatezza fuori dal comune, concetti altresì insostenibili per la mente umana. La pazzia di Don Chisciotte, la goffaggine di Gregor Samsa, il furore di Bergerac, sono tutti esempi di come la gravità dell’uomo possa levitare grazie alla scrittura che, sebbene in modo occulto all’occhio distratto, penetra il subconscio di chi la riceve e ne gode dei benefici.
La leggerezza, dunque, è tale solo se percepita dal lettore. Potrebbe non scaturire dalla frase ma dall’immagine che essa evoca. Talvolta compensa una tecnica, o un’argomentazione sconosciuta come nel caso di un ambito lavorativo a noi estraneo, altre si erge a puro diletto della nostra coscienza. Il peso del mondo può godere quindi del sollievo di una frase leggiadra, e come Astolfo che sulla luna cerca il senno, ove mirabilmente era ridotto ciò che si perde per nostro difetto, io cerco la mia ragione sulla terra attraverso il soffio di queste parole che volano via.

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