La Nigredo di Lastrucci

Se l’indicibile da dire è un vano intento, l’ultimo libro di Gabriele Lastrucci, scrittore pratese classe 1977, è un atto di fede: un tentativo di raccontare la valenza (ma anche la violenza) di una letteratura che resiste, che non si piega né spiega, che rinuncia alla ribalta e proprio per questo ribalta ogni schema.

“Più d’Eterno Finire” (X Editore), rivendica il fuoco estinto dal percolato letterario, da quel cristallo che attira mostrando una brillantezza che il più delle volte si rivela artificiale. Ben venga, dunque, l’opera che non si lascia condizionare, che non cede, che si dà senza niente chiedere in cambio se non, tutt’al più, d’essere letta. Un testo che raccoglie l’opera-vita del suo Autore: prosa, poesia e speculazione filosofica, composti (o assemblati, sebbene di questi tempi sia meglio evitare certe assonanze), in modo da condurre il lettore attraverso l’originalità linguistica nel disvelamento di quel silenzio indicibile.

Lo Scrittore tenta l’impresa, indubbiamente ardua, impossibile secondo alcuni, di guidare la propria poetica in quei territori inflazionati, obbligati forse e scandalosamente osservati, per incunearsi nella narrazione di un sentire che il linguaggio ormai tecnico non è più in grado di esprimere. Oggettivare quindi l’intenzione auspicata da altri prima di lui (Heidegger, Nietzsche, Wittgenstein) e dire pertanto l’essenziale silenzio dell’ascolto, quel sentire che Lastrucci da sempre insegue come uno stanco viandante il quale vorrebbe soltanto liberarsi di ogni intento letterario, per vivere finalmente libero dai tentacoli dell’inesprimibile.

Quello di Lastrucci è un ritorno alla Nigredo, a quella fase iniziale del processo alchemico in cui gli ingredienti si mescolano secondo un criterio il cui intento non è il raggiungimento della Verità, ma la morte di tutti gli elementi perché l’assoluto, come sostiene Cantor, può solo essere riconosciuto e mai conosciuto. L’inizio del processo creativo diviene la sua stessa fine, e non è un caso che ne La Rosa Murante egli ci mostri anche gli scarti del pensato, per offrirci la possibilità di osservare questo inizio che genera l’opera a sua volta intesa come la fine da cui partire.

La natura del testo, che si presenta nella forma tipica di un’opera antologica, è di fatto meno frammentaria di quanto possa sembrare ma anzi, si tratta di un lavoro sorvegliato che ruota attorno al nucleo riflessivo del suo Autore non soltanto in ambito etico ma anche, o soprattutto, estetico. Per questo, a mio dire, non può essere sufficiente la definizione orfico-oracolare cui è stata accostata la poetica di Gabriele Lastrucci, ma anche alchemica appunto, in altre parole una ricetta volta al conseguimento dell’immortalità, ragion per cui è necessaria una lettura che non preveda salti come si sarebbe indotti a fare per le innumerevoli fragilità dell’intelletto, ma che necessita, invece, di una sua linearità d’assorbimento.

La visibilità che viene data alla parola, alla sua consistenza meccanica, ma anche la ricerca di un linguaggio che pur utilizzando i segni a nostra disposizione, non si accontenti di dare ritmo al verso determinando così qualcosa di effettivamente nuovo, qualcosa che intende mostrare il silenzio come forma d’arte visiva. Ecco di cosa si cura lo Scrittore, ecco il lavoro dell’artigiano che scarnifica l’abbozzo iniziale, dell’artista che cesella la propria opera fino a staccarsene, emotivamente, quando sente che le parole non bastano più ed è necessario liberarsene.

Attraverso la decostruzione della semantica dunque, perduta e poi ritrovata (o ricostituita), quest’opera si rivela per strati, scende in profondità fino al punto iniziale, si fa presagio di un intento che non può essere detto ma soltanto osservato, fino ad affermare se stessa in ogni singolo verso, nella frase che sussurra la prosa, nell’ardito tentativo di ridare ossigeno alla fiamma perché il fumo si dissolva e tutto sbocci in un’Eclissi d’Infinito.

Roberto Masi

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